UNA TORRIDA PRIMAVERA


la_cronaca_della_famiglia_de_niro_1

La primavera s’ era precipitata come una fulminea vampata sulle terre di Arad. Dopo un marzo freddo, in aprile erano cadute piogge abbondanti come se si trattasse del mese di maggio, il maggio rovente e rigoglioso aveva portato con sè un’ irruenza di fiori, olezzi, aromi, in una frenesia naturale che faceva crolare ogni argine.
La gente era invasa da un’ ansia piena di promesse incerte, ma proprio per questo più attraenti, ognuno attendeva qualcosa che non poteva definire, desideri remoti riaffioravano nei cuori. Una gaiezza bizzarra e nervosa rendeva la gente ardimentosa e piena d’ iniziativa.
La terra umidiccia sprigionava profumi grassi ed eccitanti, le piante spuntavano rigogliose perfino sui sentieri, infiorescenze enormi si crogiolavano sotto il sole e le farfalle voleggiavano in graziose danze piene di eleganza, come sotto la guida di un bravo direttore d’ orchestra. In aria c’ era una smania dilagante, una specie di festa da ballo della natura intera, che faceva partecipi tutti gli esseri del pianeta, dai fiori e insetti, agli animali e all’ umanità tutta.
Gli uomini avanzavano con passo elastico, le donne sfoggiavano una civetteria da midinette parigine, i giochi dei bimbi erano più rumorosi del solito.
Sua Eccellenza il Consigliere Imperiale Pàlloty avvertiva tutta questa febbre della primavera, inspiegabilmente torrida, era più nervoso del solito, impaziente senza capire cosa gli mancasse; bramava qualcosa che fosse nuovo davvero, difficilmente definibile però, e così il suo comportamento diventava brusco, addirittura brutale in certi momenti. Aveva quasi dimenticato l’ abituale alterigia, era più immediato con gli altri e, un dì, si lascio sfuggire una bestemmia volgarissima quando un bottone della camicia si ruppe nelle sue mani. La signora consigliere gli dava sui nervi più che mai e il desiderio di evasione era talmente forte che era arrivato ad accettare tutti gl’ inviti di andare in campagna, perfino quelli di conoscenti cui ormai da anni non aveva fatto visita.
Alla stazione l’ attendeva stavolta un barroccino rosso dalle ruote alte e sottili, coi cuscini di pelle nera, il cavallo sauro dalla criniera intrecciata con cura e la coda accuratamente raccolta; col cocchiere baffuto, ossuto, dalla faccia adombrata da folte sopracciglia e con un’ espressione di stupida vanagloria in tutto il viso.
La piana era di un verde crudo e allegro. Mentre il cocchiere aveva fermato il calessino perchè la cavalla facesse i suoi bisogni, dal grano che sembrava una spazzola foltissima si sentì la quaglia. Ai lati della strada, innumerevoli fiori campestri, bottoncini, tarassici, papaveri e fiordalisi, menta selvatica, erbe grasse forti fragranze.
Il cielo, azzurrino sopra la testa, aveva una lieve foschia trasparente all’ orizzonte, che sembrava rosea sotto i raggi del sole mattutino.
Il consigliere si sentiva giovane, gaio, avrebbe voluto correre come un ragazzo sull’ erba, ancora pieno d’ amore e di speranze alate. Stava immobile, invece, appoggiato ai cuscini della vettura, come una statua che non lasciava che le si leggessero nel volto solenne i brividi dell’ animo. Nel suo petto cinguettavano allodole e muscicape, sentiva le cosce pervase da formicolii inspiegabili per la sua età e per tutto il corpo impigrito dalla vita agiata.
Nei dintorni della villa si avvertiva l’ odore di letttame, attraente e ripugnante allo stesso tempo, odore di una vita semplice, animalesca, che pulsava dappertutto, selvaggia, generosa, sfacciata e affascinante.
La villa, infine, l’ attendeva con l’ ospitalità del verone raggiungibile dalla scale di dieci gradini illuminata dal sole fresco del mattino; il glicine sfoggiava dei racemi pesanti, viola pallido, acini di profumo che destavano desideri vietati.
I padroni di casa erano amici di vecchia data, e percio non si meravigliarono che egli fosse era venuto da solo in risposta al loro invito, liberandosi un po’ dalla routine noiosa della casa in cui c’ era una persona che detestava; un palazzo enorme, però vuoto, freddo, austero, inospitale nonostante la sua eleganza.
– Benvenuto, le accolise il latifondista. Ti sei concesso un „kimenö”? rise di gusto con sottintesi.
Questo „kimenö” era un’ abitudine della società magiara, che permetteva a tutti gli uomini sposati di prendersi una sera „libera” la settimana, per andare dove volevano e fare ciò che volevano, nei limiti della decenza, si capisce. La sera la trascorrevano al ristorante o al caffè giocando a carte, oppure da un’ altra donna che accettava quella situazione. Così in tanti avevano un secondo menage parallelo, che mantenevano per quella „frequentazione ridotta”.
– La primavera in campagna non ha uguale, confessò Sua Eccellenza.
– Come sta Wilhelmina? chiese cortesemente il latifondista.
– Coi suoi soliti mal di testa. E i preti! fece una smorfia il consigliere.
La villa degli Szent-Isztvanyi era situata dove cominciava la proprietà terriera, in prossimità della strada che portava alla stazione. All’ ampio cortile si accedeva per un portone largo, limitato da due massicci pilastri; tre lati del cortile erano occupati da edificazioni, in fondo c’ era la casa dei padroni, al di la di un praticello sempre accuratamente falciato, con aiuole di rose bianche e rosse. Dietro il corpo principale c’ era il frutteto ben curato. Lateralmente, le case dei coloni, meno alte, bianche, col tetto di paglia; dietro c’ erano le cascine, le stalle, i porcili, le aie per il pollame, stagni per le molte oche ed anitre. Qui giocavano i figli dei coloni, passeggiavano pigramente dei cani pelosi, si aggirevano galline grasse, ogni tanto si sentiva il grugnire dei maiali che pretendevano la loro porzione di cibo.
Nelle stalle capienti ingrassavano i buoi per l’ esportazione, mentre i suini, in torme di migliaia di capi, erano allevati da sorveglianti specializzati in zone lontane della proprietà, allestite apposta, douve erano condotti direttamente ai mercati alle fiere, per la vendita.
In lontananza si scorgeva il villaggio abitato da Romeni, come quasi tutti i paesini della zona. Per loro era rimasta pochissima terra coltivabile e, per sopravvivere, lavoravano sul latifondio del proprietario ungherese durante le stagioni agricole, di primavera per arare, seminare, potare e sarchiare, in estate e in autunno per zappare e per raccogliere i frutti della terra.
La chiesetta del villaggio aveva la guglia alta, in legno sottile, saetta slanciata perchè il Creatore non si dimenticasse, nei giorni difficili, della gente del posto. Nel paesello funzionava soltanto la scuola confessionale, con una sola aula, in cui il maestro s’ ingegnava a insegnare ad una settantina di bambini mal pagato dai contadini poveri in canna. Viveva a stento, ma si considerava un apostolo al servizio della stirpe romena, poichè i transilvani pensavano che il peccato più terribile fosse lasciare i figli nel buio dell’ analfabetismo, alla mercè di ogni sopruso. Nelle lezioni di storia e di religione era aiutato dal prete Budeanu, mentre le ragazzine più grandicelle andavano dalla moglie dello stesso, che insegnava loro come si cuce e si ricama, come si governa la casa e si allevano i bambini.
All’ infuori del notaio magiaro e del gendarme, nessuno del villaggio parlava l’ ungherese. La gente evitava d’ imparare questa lingua per loro sinonimo del la riscossa dei dazi, delle condanne le ingiustizie; lingua in cui erano insultati, erano chiamati „büdös olàh” (Romeni fetenti), era la lingua in cui non avevano mai sentito una parola buona nei loro confronti.
Qualche contadino, un po’ meno indigente, con incredibili sacrifici mandava uno dei figli a studiare nel vicino comune, al ginnasio „Polgàri”, dove tutte le materie si studiavano in ungherese. Ai ragazzi tutto risultava difficoltoso, ma s’ impegnavano assai, vergognandosi dei vestiti modesti e del pezzo di polenta fredda che avevano per merenda, mentre i figli degli Ungheresi, dei Tedeschi e degli Ebrei mangiavano pane bianco spalmato di grasso d’ oca o accompagnato da fette sostanziose di prosciutto affumicato. Da questi ragazzi romeni provenivano gli artigiani, gl’ impiegati di piu basso livello, qualche aiutante notaio, qualche intelletuale.
La vita alla villa di campagna andava avanti in una monotonia piena di rustica malia. La padrona di casa, donna colta e allevata negli ambienti intellettuali di Budapest, era indolente e scapigliata; trascorreva le giornate dipingendo fiori, animali e paesaggi, cosicchè tutta la casa era zeppa di quadri suoi, non privi di grazia e con colori ben riconoscibili. Il marito, placido, buon uomo, e amante del confort, voleva bene alla moglie e adorava i due figli, una femmina e un maschio, entrambi che studiavano, il maschio a Buda e la figlia presso le suore.
– Come sta suo figlio? volle sapere il consigliere, arrivato per primo, fra i tanti invitati attesi alla villa.
– Bene, bene. Si prepara per il baccalaureato, rispose fiero del proprio rampollo il padre. Nella casa di mia cognata, a Buda, frequenta una società raffinata e si fa una cultura solida, che qui non potrebbe acquisire. In casa sua s’ incontrano scrittori, artisti, suo marito è segretario generale dell’ Accademia, aggiunse con orgoglio.
– E la signorina?
– Stefania? E’ da poco tornata dall’ educandato, trascorrerà qui tutta la vacanza pasquale, quest’ anno concluderà la sua educazione dalle suore. La mariteremo al momento opportuno, è questo il destino delle fanciulle, sorrise con compiacenza. E’ una ragazza con la mente ben salda, concreta, che sa cosa vuole e che ottiene sempre ciò cui ambisce. La governante si presentò per invitare il signor consigliere nella stanza preparata per lui. Donna laboriosa, energica e saggia, teneva con fermezza nelle sue mani grassocce l’ esercito di cameriere, domestici, cuoche e sguattere, inseguendo le vaghe indicazioni della padrona di casa. Infatti, era lei che si occupava che i menu fossero variati e ricchi, che il servizio fosse esemplare, che ciascun ospite avesse a disposizione l’ occorrente per sentirsi a sua agio. Conosceva gli ospiti, non faceva mai commenti, e governava alla meglio tutto.
Verso sera, la signorina Stefania invitò il consigliere ad accompagnarla nel villaggio; andavano col calessimo più piccolo, trainato da un cavallo giovane, della razza proveniente da Lipsia, il suo prediletto, che Stefania conduceva con mano leggera, ma ben ferma.
– La vita nel convento non è noiosa? chiese con gentilezza il consigliere, appena superato il cancello largo della villa.
– O, ma neanche per idea! rispose ridendo la ragazza. Ci divertiamo molto.
– Io credevo, invece, che steste a pregare tutta la giornata, osservò il signor Pàlloty, pensando a sua moglie.
– Non se ne parla. Le suore fanno le severe, ma non riescono a tenerci a bada. Il programma è zeppo di ogni specie di attività, noi invece… leggiamo libri vietati.
– Che tipo di libri? si stupì il consigliere.
– Romanzi d’ amore, soprattutto romanzi francesi; li studiamo sotto le coperte, rispose allegramente la fanciulla. Quest’ anno va a ruba „Manon Lescaut”. Tutte le ragazze sognano un loro cavaliere, non trova?
– E si fa vivo? accettò il gioco l’ uomo.
– Per qualcuna sì, per altre no! Per me non esiste ancora, se è questo ciò che Lei vorrebbe sapere, e, d’ altronde, neanche lo aspetto per adesso, rispose con serietà la ragazza.
Il trotto del cavallo era regolare, rassicurante, come lo spettacolo brillante del cielo primaverile; il consigliere si sentì rilassato, godeva la passeggiata e la compagnia di quella giovinetta carina e sincera.
– Ma perchè andiamo in paese?
– Ho un’ amica che vado a invitare alla villa per domani.
Il consigliere la guardò meravigliato.
– E’ la figlia del prete Budeanu, spiegò Stefania. Ci conosciamo da piccole. La mamma la fece venire per farci giocare e stare insieme, su raccomandazione del medico. Ero stata malata e mi rifiutavo di mangiare. Siamo rimaste molto legate, è una ragazza straordinaria, aggiunse calorosamente.
– Ma è una romena, notò il consigliere, senza stupirsi troppo, in quanto conosceva la padrona di casa quale persona con la testa fra le nuvole. Comunque ,perchè non hai mandato qualcuno ad avvisarla?
– A Lei non fa piacere la passeggiata?
– Come non gradirla, in na compagnia così carina? Che età hai, Stafania?
– Ho compiuto diciassette anni.
– E non pensi di sposarti? la mise alla prova. Sicuramente ci sono diversi cavalieri desiderosi di renderti felice.
– Signor consigliere, le dirò un segreto. Non voglio sposarmi. Io vorrei studiare canto, seriamente. Le suore dicono che la mia voce meriti di essere coltivata. Ho già imparato abbastanza in convento.
– Mica vorresti fare la cantante?
– No. Il mio rango non me lo permette. Papà non accetterebbe mai che io calcassi i palcoscenici, ma posso invece cantare in pubblico: in chiesa, alle manifestazioni caritatevoli, nei saloni della nostra società, seguitò la ragazza con serieta. La mamma mi appoggia. La zia di Buda organizza spesso delle serate musicali.
Questa fanciulla flessuosa e alta pareva conoscere molto bene ciò che voleva e come raggiungere lo scopo, esattamente come l’ aveva descritta il genitore. Il consigliere la guardò con palese piacere. Di profilo, il volto stretto, bruno e con zigomi prominenti era orlato da una linea dorata dai raggi del sole che cadevano ormai obliqui in quell’ ora del tramonto. I capelli scuri sottolineavano il suo vigore, la fermezza del mento volitivo. La sua era una bellezza selvaggia e schietta.
Verso Ovest, il cielo ardeva di colori violenti, mentre nella parte opposta nuvole grigie s’ insinuavano con l’ imbrunire e la frescura serale. Il cavallo, ben nutrito, correva in trotto leggero, mostrando di godere della passeggiata in mezzo ai campi pervasi dalle fragranze dei fiori campestri.
Si fermarono all’ altezza della casa del prete, che si scorgeva in fondo all’ aia larga, separata in due metà da un vialetto limitato di alberi da frutto. La casa era bianca, nelle finestrelle sorridevano gerani rossi. Tre gradini salivano al verone che correva lungo la facciata. Tutto era pulito, ordinato, nel cortile ben spazzato e cosparso di sabbia.
Il consigliere discese, aiutò Stefania a scendere, rimase in attesa vicino al cabriolet, a guardare la ragazza che si allontanava verso l’ingresso della casa.
La sera era vicina e il villaggio odorava di fumo. Nel cielo si scorgevano gli ultimi colori del crepuscolo.
Stefania tornò accompagnata da una giovine che aveva pressapoco la sua stessa età. Il consigliere la guardò distrattamente, senza intenzionare di rispondere al suo saluto, ma restò di stucco. Non aveva mai visto in vita sua una beltà come quella. Era semplicemente accecato e mosse la testa a mo’ di saluto.
L’ adolescente rimase a una certa distanza, in segno di deferenza verso l’ importante personaggio del quale Stafania le aveva sussurrato qualche parola.
– L’ ho chiamata alla villa per cantare insieme: Xenia ha una bella voce di alto, mi accompagna nei duo, fece la presentazione, indirettamente, Stefania. (…)

Fragment din romanul La cronaca della famiglia De Niro, Coleta De Sabate, Editura Excelsior Art, 2007

pentru varianta în limba română: http://www.excelsiorart.ro/carte/clanul-de-niro.html

Timișoara – Pretext pentru o posibilă aventură


„Timişoara – ispita unor romane posibile” – o provocare pentru un împătimit de Timişoara, o deschidere spre aventura cunoaşterii ispititorului oraş. Rezultatul provocării îl constituie prezenta carte, o primă încercare de a alătura o mare parte a textelor dedicate Timişoarei, fără a avea însă pretenţia de a fi epuizat căutarea. Exerciţiul descifrării amprentelor păstrate de ziduri, stradele şi chipuri se regăseşte în descoperirea şi redescoperirea unui spaţiu geografic încărcat cu o spiritualitate specială. Acestea, dar nu numai, conferă Timişoarei dimensiuni de legendă. Oraşul situat atât de vestic devine miraj, concretizat sau abstractizat în paginile creatorilor de frumos. Discursul abordat de autori este, de cele mai multe ori, riguros, dar mereu însoţit de elementul fantasticului. Prin puterea cuvintelor şi imaginilor suntem ispitiţi să vedem oraşul din multiple perspective.
Oraşul se dezvăluie cititorului ca un spectacol care atrage prin ineditul său. Spectacolul acestui oraş uneori liniştit şi melancolic, alteori prins într-o efervescenţă economică sau spirituală, se arată mereu în alt ritm. Aşa se face că, în spaţiul Câmpiei Vestice, pe malurile Begăi se profilează portretul unui oraş cosmopolit, cunoscut drept „mica Vienă”. În lucrarea de faţă, textele propuse spre lecturare, cărora li se alătură imagini surprinse de ochiul şi sufletul sensibil al arhitectului Mihai Botescu, reconstituie identitatea Timişoarei. Astfel fixată, Memoria oraşului ne induce un anumit sentiment de nostalgie, dar şi îndemnul de a căuta, de a trăi acea stare specială găsită sau regăsită într-o atmosferă unică.
Timişoara reprezintă, în opinia noastră, un autentic mod de viaţă central-european, unde diferitele culturi se completează, se interferează, acţionând asupra spiritului timişorean. Spaţiul de apartenenţă central-europeană se regăseşte în paradigmele sociale, în diversitatea tipurilor umane. În mod paradoxal „cetatea” şi-a pus amprenta asupra oamenilor şi datorită durabilităţii acelor clădiri eclectice şi solare ce emană o anumită stare de graţie. Timişoara este un oraş în care sentimentul vieţii transcende frontierele etnice. În lucrarea de faţă, pluralismul, multiculturalitatea sunt redate prin mărturii scrise în limba germană, maghiară şi sârbă – în încercarea de a legitima ideea de identitate, etnică, permanent exprimate prin elementul lingvistic, trăgând după sine o întreagă cultură, un mod de exprimare ce-şi are izvorul în cultura respectivă.
Multiculturalitatea evidentă, mereu prezentă, dovedeşte deschiderea specifică unui astfel de mod de conviețuire, inclusiv cosmopolitismul acestui oraş, însuşite, desigur, de locuitorii săi.
Paginile de certă valoare spirituală oglindesc unele aspecte din istoria frământată a oraşului, evenimentele fiind punctate şi transpuse artistic graţie talentului şi sensibilităţii fiecărui autor în parte. Momentele din istoria oraşului, tematizate în proză sau în versuri, reprezintă un act de restituire a unei lumi trecute, dar care trebuie să dăinuiască şi peste alte secole.
Memoria unui oraş conferă identitate celor ce-l locuiesc, defineşte forma de comunicare – dialog spiritual între generaţii dar şi exerciţiu de descifrare a semnelor lăsate de istorie. Argumentul cel mai puternic rămâne pluralitatea vocilor unite într-un volum de amintiri eseistice, romaneşti sau lirice dedicate oraşului Timişoara şi celor ce se simt legaţi sufleteşte de „capitala” Banatului. Proiectul, realizat cu un grup de studente entuziaste, a fost acceptat de doamna Corina Bădulescu, generoasa directoare a Editurii Excelsior căreia ţin să-i mulţumesc pentru încrederea acordată.
Ajutorul nepreţuit al doamnei Aquilina Birăescu, al doamnei arhitect Hortensia Botescu şi al domnului arhitect Mihai Botescu, solidaritatea scriitorilor şi prietenilor care au înţeles mesajul acestei experienţe inedite mi-au dat tăria de a materializa acest „vis” îndrăzneţ.
Cartea nu doreşte decât a fi oglinda textuală şi fotografică a ceea ce poate însemna TIMIŞOARA. (Eleonora Pascu-Ringler)

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Castanii Paşei

Bogăţia oricărei oralităţi respectabile o constituie variantele. În legătură cu întemeierea Mehalei, circulau printre înţelepţii locului două ipoteze, pe care noi, copiii, le auzeam, cel mai adesea, confruntându-se.
Conform primei, susţinute – e drept, fără dovezi materiale – de tabăra „ameţiţilor”, cum îi numeau adversarii în derâdere, Mehala ar fi fost, pe vremuri, moşia unui anume Mihăleanu, boier, sau cam aşa ceva. Aceiaşi susţineau, cu fervoare confuză – mai cu seamă înţeleptul Grigore – că proprietarul îşi primise numele de la faptul că stăpânea „mahalaua Cetăţii”, căci aşa i-ar fi numit turcii pe asemenea indivizi.
Replica potrivnicilor era dură, clarificatoare şi – aveam să ne lămurim mai târziu – cu mult mai apropiată de realitatea trecută: „Grigore ăsta îi atâta dă ocoş, că nici nu trebuie să-şi bea minţile la colţ; că n-are ce-şi bea; am auzit de fapt că nici nu ştie să scrie, aşa că şi cu cetitu’ o fi stând la fel dă întunecat”; astfel începea, de fiecare dată, argumentaţia reprezentantului celor ce se considerau „adevăraţii măhălenţi”; bătrânul continua – cu o notă de dispreţ – paradoxal – compătimitor: „Şi-apăi, Grigore, săracu’ nu ştiu dacă nu-i venit dân Regat, că ăia le au cu boierii şi moşiile. Noi n-am fost slugile nimănui; şi Mihăileanu ăla al lui, n-o trăit niciodată”.
Urma lunga înşiruire a dovezilor considerate indiscutabile şi imbatabile; suna ca o poveste, dar una adevărată, oricând verificabilă în teren.
Pe timp de vară, în Cetate, era o căldură de nesuportat, aşa că Paşa a cerut să i se facă o plăcută reşedinţă, mult după zidul de apărare, în câmpie, unde adie vântul.
Pe o movilă i-au înălţat Paşei cele cerute: apoi la ordinul aceluiaşi, au fost plantaţi în jurul casei castani care, la vremea înfloririi, să-l încânte pe stăpân; iar locului i-au spus Mehala, pentru că se afla dincolo de Cetate.
De sus, dintre arborii de pe Movilă, fiul lui Allah contempla şi zidurile oraşului şi minaretele, dar şi aşezarea măhălenţilor, oameni atât de suverani, încât nu puteau fi împrejmuiţi. „Cum să fi închis oamenii, cu găinile lor, într-o cetate?” – se întreba bătrânul povestitor. Desigur că şi înţeleptul Paşă – iubitor de trandafiri şi castani înfloriţi – înţelese aceasta. Dar, continua căruntul cunoscător, „Vremile îs ca tăvălugu”.
La umbra frumoşilor săi, Paşa trebui să semneze în cele din urmă promisiunea de a se retrage – cu tot neamu-i – în ţara de baştină, consfinţind astfel şi în scris victoria lui Eugen „jeneralu’ dă neam franţuz”. Concomitent bătrânul sublinia – dovedind o anumită simpatie pentru învinsul care nu-i supusese pe măhălenţi – că „tare amărât trebe c-o fost Paşa, părăsindu-şi castanii”. Mai târziu, reşedinţa necredinciosului turc o preluară, fără resentimente, dreptcredincioşii prelaţi sârbi. De unde numele sub care cunoaştem şi noi locul: „casa popii sârbeşti”.
Puţin după întâlnirea secolelor, pe la 1900 şi ceva, – continuă povestea – cei din Cetate i-au chemat pe măhălenţi să se unească cu ei, … au înţeles că destinul lor în Mehala a fost pecetluit; şi apoi, degeaba ai Cetatea, dacă n-ai reşedinţa conducătorului; că doară de aceea venise şi franţuzu până la casa cu castani. Iar tăvălugul se rostogoli mai departe.
După necredincioşi, după dreptcredincioşi, Mehala rămase, dar printre castani nu mai veni nimeni. Copacii deveniseră imenşi; continuau să înflorească an de an, cu aceeaşi fidelitate musulmană. Povestitorul adăugă uneori că „Paşa o fi avut mână bună”. Zidurile însă, neluându-şi puterea din pământ, începură să se năruie. Când am ajuns acolo pentru prima dată, – în hotarul Mehalei – conduşi de bătrâna călăuză, am fost uluit de mărimea castanilor, parcă erau ei dintr-o lume, iar ruinele din alta, deşi totul avea aceeaşi vârstă. Se păstrau treptele pe care „Paşa s-o coborât, iar franţuzuʼ Eujen s-o suit”. Rezistau timpului destul de multe încăperi prin care crescuseră tot soiul de ierburi înalte. În cea mai mare dintre ele (căci tavan nu mai aveau de mult) înverzea un salcâm, iar lângă perete înflorea o tufă de trandafiri sălbatici.
„Oare aici să fi semnat Paşa şi cu Eugen? Cine ştie …” Bătrânul gândea cu voce tare: „Iacă şi trandafiru’ ăsta … într-un fel, Paşei ăsta i-o fost mormântu’. Nu-i rupeţi florile …”
Apoi am coborât în pivniţă şi am aflat că un tunel pornea de acolo şi se termina pe lângă zidul Cetăţii. Dar nimeni nu l-a găsit vreodată.
Movila a devenit, cu timpul, contrar destinaţiei estivale iniţiale, locul ideal pentru încercarea zăpezii, la vremea potrivită.
Apoi, nici atât …
Bătrânul îşi încheia argumentaţia – lungă cât povestea – de fiecare dată cam cu aceleaşi cuvinte: „Aşa că Mehala n-o fost niciodată îngrădită. Şi, cine nu crede, să meargă la «casa popii sârbeşti» – cum îi zic unii, da’ treaba lor – şi să vadă acolo castanii”. (Dan Negrescu)

din lucrarea Timișoara între paradigmă și parabolă, Editura Excelsior Art, 2001

SIGLA 25 DE ANI FINAL